SCENEGGIATURA 
pensata e scritta insieme con i ragazzi della III e IV A del Liceo Scientifico "E.Mattei" nell'a.s. 2002-2003 
 
ATTO I 
 
Siamo a scuola, in un giorno qualunque. La prof d’Inglese sta svolgendo da qualche settimana  un modulo sul teatro inglese shakespeariano. Come è sua abitudine le sue lezioni, oltre a spiegarle, le <<agisce>>. Per oggi erano  programmate  alcune scene del Riccardo III.  
Riccardo III (Nico) è a letto (su due banchi). Il suo sonno è tormentato dai fantasmi delle persone che ha ucciso. Dall’altra parte ci sono i ragazzi seduti tra i banchi e 5 di essi, ad uno ad uno, si alzano e girano intorno al letto di Riccardo dando forma ai suoi  incubi. Hanno una pila sotto il mento. 
 
Spettro del Principe Edoardo (Francesco): Ricorda che mi pugnalasti, nel fiore della giovinezza, a Tewksbury. 
 
Spettro di Enrico VI (Luigi): Quando ero mortale hai trafitto il mio corpo con molte ferite mortali. Ricordati di me e della Torre. 
 
Spettro di Clarence (Luca D.): Fui sommerso nel vino nauseante; io, povero Clarence, fui condannato a morte per la tua insidia! Domani, durante la battaglia, ricordati di me, e cada spezzata la tua spada. 
 
Spettri dei due giovani Principi (Innocenzo e Luca M.): Sogna i tuoi nipoti trucidati nella Torre! Saremo piombo nel tuo petto, Riccardo, e ti trascineremo alla rovina, all’infamia e alla morte!  
 
Spettro di Lady Anna (Rossella): Riccardo, tua moglie, la tua infelice moglie Anna, che mai ebbe un’ora di sonno tranquillo con te, ora riempie il tuo sonno d’inquietudini. 
 
Tutti gli spettri insieme, più volte: Che noi opprimiamo del nostro peso la tua anima domani! Dispera, e muori! 
 
Gli spettri vanno via (si siedono con calma ai loro posti). Riccardo (Nico) si sveglia di soprassalto dal suo sogno: Datemi un altro cavallo! Fasciate le mie ferite! Pietà di me, Gesù!… Calma! Non è stato che un sogno! O vile coscienza, come mi tormenti! 
 
Bussano alla porta: entra Domenico, come al solito in ritardo, e rompe la scena.  La  musica viene spenta e la prof, un po’ seccata e un po’ ironica, dice: Che tutti noi opprimiamo la nostra anima dei tuoi continui atteggiamenti sempre! 
 
Domenico ha una reazione di indifferenza totale. Siede al suo banco ed esegue il suo rito quotidiano: mette a posto lo zaino, toglie le sue cose dalle tasche, etc. 
 
Prof:  Com’è che sei in ritardo anche oggi? 
 
Domenico guarda l’orologio (che non ha): Perché, sono in ritardo? 
 
La prof vuole evitare polemiche: Riprendiamo il nostro discorso su Shakespeare. La scorsa volta abbiamo parlato della vita e delle opere in generale: adesso concentriamoci sul Riccardo III. 
 
Domenico: E chi è? 
 
Prof: Ma come? Ah! Dimenticavo che mentre si fa lezione tu hai sempre qualcosa di meglio da fare. 
 
Innocenzo: Professorè, ma io veramente non ho capito niente di tutti questi intrighi di Riccardo, tutti questi parenti uccisi… 
 
Prof: Francesco, li chiarisci tu i legami di parentela di Riccardo? 
 
Francesco: Si. 
 
Innocenzo: E ti paria! 
 
Francesco: Sicuramente ricordate che si è appena conclusa una guerra civile, la Guerra delle Due Rose, in cui i Lancaster e gli York si sono, come dire, scontrati. Due famiglie rivali: hanno vinto gli York che hanno sconfitto i Lancaster e che adesso hanno il potere. Riccardo è uno York. Il fratello Edoardo adesso è re mentre il fratello Clarence non è re e neanche Riccardo è re ma gli va di fare il re. Il problema ora è che tra lui e la corona ci sono cinque persone: (mostra lo schema già preparato e lo spiega). 
 
Prof: Bene, Francesco. E quindi, cosa avete recepito da tutto ciò? 
 
Debora: Senza dubbio è un tipo machiavellico: il fine giustifica i mezzi. 
 
Paola: Ma è un fine fittizio: a cosa è servito tutto questo se poi il suo regno è durato veramente poco? E’ stato risucchiato dal vortice maligno che lui stesso aveva creato intorno a sé. 
 
Innocenzo: Ma Shakespeare non aveva niente di meglio da fare che scrivere opere così complicate? 
 
Domenico: All’epoca non c’era la televisione. 
 
Prof: Già, ma le immagini potevano essere trasmesse lo stesso. Con le parole, appunto. Pensate, le parole che diventano immagini, immagini che si muovono e ci commuovono. 
 
Domenico a Luigi, ma sentono tutti:  Ma che stavate facendo prima, quando non c’ero? 
 
Prof: Stavamo provando una scena del Riccardo III, abbiamo voluto dare forma e movimento all’unico istante in cui Riccardo fa i conti con la sua coscienza  e si rivela umano con i suoi turbamenti notturni che si materializzano in fantasmi, i fantasmi che ha dentro perché è lui che li ha uccisi. 
 
Domenico: Ma che teatro è questo? I banchi cos’erano, il letto di Riccardo III? 
 
Prof (con pazienza): Ma è quello che abbiamo a disposizione. L’avevamo detto. Chi si ricorda la parte iniziale dell’Enrico V in cui Shakespeare, attraverso il coro, ci spiega come deve essere il teatro secondo lui? 
 
Pinadelia: Posso provarci io. 
 
Prof: Do you wanna try in English? 
 
Pinadelia: […] Let us […]  
On your imaginary forces work. 
      Suppose within the girdle of these walls  
Are now confined two mighty monarchies, 
      Whose high upreared and abutting fronts 
      The perilous narrow ocean parts asunder. 
Piece out our imperfections with your thoughts: 
Into a thousand parts divide one man, 
      And make imaginary puissance. 
      Think, when we talk of horses, that you see them, 
Printing their proud hoofs i’th’ receiving earth; 
       For ‘tis your thoughts that now must deck our kings, 
      Carry them here and there, jumping o’er times, 
Turning th’ accomplishment of many years 
Into an hourglass — […] 
 
Domenico: Pleeeease. Italiano. 
 
Prof (seccata): Come al solito! 
 
Luigina (spocchiosa): La dico io. […] Lasciate che noi […] mettiamo in moto le forze della vostra immaginazione: Supponete che dentro le cinta di queste pareti siano chiuse due potenti monarchie e che un pericoloso stretto ne separi le fronti che sporgono alte sul mare. Colmate col vostro pensiero le nostre lacune; di un uomo che vedete fatene mille e createvi un imponente esercito; se parliamo di cavalli, immaginate di vederli realmente stampare gli zoccoli sul terreno molle che ne riceve le impronte; poiché è il vostro pensiero che ora deve vestire riccamente i nostri re e portarli qua e là, saltando intieri periodi di tempo, e condensando i fatti di molti anni in un volger di clessidra. 
 
Prof: E qui mi vengono in mente le scene finali del Riccardo III al campo di Bosworth. Vogliamo provare a recitarle? 
 
Luca M. (Riccardo III) si alza per provarci: Sento la forza di mille cuori nel mio petto: avanti gli stendardi, e addosso ai nemici! Il nostro antico grido di guerra “O bel San Giorgio!” c’ispiri la furia dei draghi fiammeggianti! Addosso! La vittoria è sui nostri elmi! 
 
 
Catesby (Leonardo) va incontro a Norfolk (Nico): Alla riscossa, mio Lord di Norfolk, alla riscossa, alla riscossa! Il re compie prodigi di valore sovrumano, sfidando ogni pericolo. Il suo cavallo è stato ucciso ed egli continua a combattere, cercando con ansia Richmond nella gola della morte. Alla riscossa, mio signore, o la battaglia è perduta! 
 
Riccardo III (Luca M.) a Catesby (Leonardo): Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo! 
 
Catesby (Leonardo): Ritiratevi, mio signore; vi troverò io un cavallo. 
 
Riccardo (Luca M.): Vile, ho giocato la mia vita su un colpo di dadi, e affronto il rischio del gioco. Penso che nel campo ci fossero sei Richmond; e cinque ne ho uccisi oggi invece di lui. Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo! 
 
Prof, scandendo bene il ritmo: A horse! A horse! My kingdom for a horse! 
 
Anna Maria: Shakespeare = pentametro giambico. 
 
Prof: Te lo ricordi? 
 
Anna Maria: Si. Cinque di questi ta tà, ta tà, ta tà, ta tà, ta tà, formano un pentametro, cioè cinque giambi. Un giambo è come un formichiere molto alto dietro e con delle cortissime zampe anteriori: ta tà. In Shakespeare la poesia e i suoi versi giambici attraversano il pentametro dell’animo umano innalzandosi e discendendo. Esprimono il cuore, lo spirito della gente reale che a tratti attraversa l’inferno e a tratti assapora momenti di felicità intensa. 
 
Suona la campana. La prof si complimenta con Anna Maria e con tutti gli altri  ragazzi. Si crea il chiasso dell’uscita, la maggior parte degli studenti va via, Domenico rimane indifferente, isolato, fa quello che gli pare. Un gruppetto rimane, è entusiasta del lavoro, parlano tra di loro. Alla fine, mentre vanno via, una dice all’altra: A domani! Mi raccomando: non dimenticare niente! Hanno già in mente come allestire la prossima scena e vogliono fare una sorpresa all’insegnante. 
 
ATTO II 
 
Il giorno dopo l’insegnante entra in classe quando i ragazzi stanno preparando la scena di Riccardo (non ancora re) e Lady Anna. Gli attori di questa scena (Flavio e Maria Rosaria) reciteranno dietro un velo: si intende dare così profondità alla scena. Lady Anna, già vedova di Edoardo, sta seguendo il feretro di re Enrico VI, suo suocero. Subentra Riccardo.  
Lady Anna (Maria Rosaria): Tu ne fosti la causa e il maledettissimo effetto. 
 
Riccardo (Flavio): La vostra bellezza fu causa di questo effetto, la vostra bellezza che m’incitava nel sonno a dare la morte a tutto il mondo per poter vivere un’ora sola sul vostro dolce seno. 
 
Lady Anna: Ti dico, assassino, che se credessi ciò, queste unghie strapperebbero dalle mie guance tale bellezza. 
 
Riccardo: I miei occhi non potrebbero sopportare la rovina di così dolce bellezza; voi non potreste sciuparla, se io vi fossi vicino: come il mondo è rallegrato dal sole, così essa, che è il mio giorno e la mia vita, mi rallegra. 
 
Lady Anna: Nera notte oscuri il tuo giorno e morte la tua vita! 
 
Riccardo: Non maledire te stessa, bella creatura, tu sei l’uno e l’altra. 
 
Lady Anna: Lo vorrei per potermi vendicare di te. 
 
Riccardo: Sarebbe una vendetta contro natura vendicarsi di colui che vi ama. 
 
Lady Anna: Sarebbe una vendetta giusta e ragionevole vendicarsi di chi ha ucciso mio marito. 
 
Riccardo: Chi ti ha privato, signora, del marito, lo ha fatto per aiutarti a trovare un marito migliore. 
 
Lady Anna: Uno migliore di lui non respira sulla terra. 
 
Riccardo: Esiste chi ti ama più di quanto egli ti amasse. 
 
Lady Anna: Dimmi il suo nome. 
 
Riccardo: Plantageneto. 
 
Lady Anna: Dunque, lui. 
 
Riccardo: Ha lo stesso nome, ma è di miglior natura. 
 
Lady Anna: Dov’è? 
 
Riccardo: Qui. (Lady Anna gli sputa in faccia.) Perché mi sputi addosso? 
 
Lady Anna: Vorrei che fosse per te un veleno mortale. 
 
Riccardo: Mai poté uscire veleno da così dolce luogo. 
 
Lady Anna: Mai è caduto veleno su un rospo più schifoso: Levati dalla mia vista! Tu contamini i miei occhi. 
 
Riccardo: I tuoi occhi, dolce signora, hanno contaminato i miei. 
 
Lady Anna: Fossero almeno basilischi per colpirti a morte!  
 
Riccardo: […] La mia lingua non ha mai saputo imparare soavi parole di lusinga; ma ora che la tua bellezza mi si offre come premio, il mio cuore orgoglioso incita e muove la mia lingua a parlare. (Anna lo guarda con disprezzo.) Non insegnare alle tue labbra tale disprezzo, perché esse furono fatte per baciare, non per disprezzare, signora. Se il tuo cuore vuole vendetta e non può perdonare, ecco questa spada affilata: se vuoi trafiggere questo petto, e farne uscire l’anima che ti adora, lo denudo al corpo mortale e, umilmente, in ginocchio, ti chiedo la morte. (Egli si scopre il petto: Anna fa il gesto di colpirlo con la spada.) No, non esitare: ho ucciso io il re Enrico, ma fu la tua bellezza a provocarmi. Su, presto: io ho pugnalato il giovane Edoardo, ma fu il tuo viso celeste a spingermi. (Anna lascia cadere la spada.) Riprendi la spada, o rialza me. 
 
Lady Anna: Alzati, ipocrita; desidero la tua morte, ma non voglio essere il tuo carnefice. 
 
Riccardo: Se vuoi che mi uccida, comanda, e lo farò. 
 
Lady Anna: L’ho già detto. 
 
Riccardo: Ma nell’ira: ripetilo, e alla tua parola questa mano, che per amor tuo uccise il tuo amore, ucciderà per amor tuo l’amore più fedele; e tu sarai complice di queste due morti. 
 
Lady Anna: Vorrei conoscere il tuo cuore! 
 
Riccardo: Si esprime con la mia lingua. 
 
Lady Anna: Temo falsi l’uno e l’altra. 
 
Riccardo: Allora nessuno fu mai sincero. 
 
Lady Anna: Bene, bene; riponi la spada. 
 
Riccardo: Dimmi allora che la mia pace è fatta. 
 
Lady Anna: Lo saprai più tardi. 
 
Riccardo: Ma potrò vivere sperando? 
 
Lady Anna: Tutti, io spero, vivono così. 
 
Riccardo: Accetta di portare quest’anello. 
 
Lady Anna: Prendere non è dare. 
 
Riccardo: Guarda, come quest’anello racchiude il tuo dito, così il tuo petto racchiude il mio povero cuore! Porta l’uno e l’altro, perché sono tuoi. E se il tuo povero devoto schiavo può chiedere una sola grazia alla tua mano generosa, lo farai felice per sempre. 
 
Anna: Quale grazia? 
 
Riccardo: Che vogliate abbandonare questo triste rito a chi ha maggiore motivo di accompagnare con lamenti il morto Enrico, e di ritirarvi subito a palazzo Crosby. Quando avrò seppellito questo nobile re nel monastero di Chertsey, e bagnato la sua tomba con le mie lacrime di pentimento, verrò a rendervi gli onori dovuti. Per molte ragioni che ora non dico, vi prego di concedermi questa grazia. 
 
Lady Anna: Con tutto il cuore, e sono lieta di vedervi così pentito. Tressel e Berkeley, venite con me. 
 
Riccardo: Ditemi addio. 
 
Lady Anna: Non meritate tanto, ma poiché m’insegnate come adularvi, immaginate che vi abbia già detto addio. 
 
Prof: Bravi. È venuta bene questa parte. 
 
Luigi: Shakespeare conosceva bene questo tipo di persone intelligenti e perverse, e ce le ha descritte. Come Riccardo, che nonostante tutte le infamie compiute, trova sempre gente che non vede, non vuole vedere, fino a lasciarlo salire sul trono, ce ne sono stati tanti nel passato e ce ne sono ancora oggi. Proprio sull’articolo che ci avete fotocopiato l’altra volta, eccolo, si parlava di questo: come non farsi ingannare nella scelta delle persone.  
 
Domenico: Già, ma come? La persona malvagia, quando è intelligente, ha un’incredibile capacità di apparire amabile e di mentire su ciò che ha fatto e su ciò che intende fare. 
 
Debora: Si, ma la scena con Lady Anna rivela però anche il ruolo delle persone che stanno intorno a Riccardo: non si capisce bene dove arrivi la forza retorica di Riccardo e dove inizi la debolezza morale di Lady Anna. 
 
Paola: Ma Lady Anna è una vittima di Riccardo. Conta molto il fascino del potere. In più, aveva paura di lui. 
 
Innocenzo: Succede sempre così: basta abbindolarle un po’ le ragazze e ti cadono ai piedi. 
 
Simonetta (irritata): Ma che dici! Sei sempre il solito maschilista. Riccardo era pericoloso. Era un suo disegno quello di sedurre Lady Anna: voleva una rivincita su se stesso. Vi ricordate con quale orgoglio si presenta all’inizio? 
 
Beppe: La dico io questa parte. Me la ricordo bene in Inglese:  
[…]  
But I, that am not shaped for sportive tricks 
Nor made to court an amorous looking-glass; 
I, that am rudely stamp’d, and want love’s majesty 
To strut before a wanton ambling nymph; 
I, that am curtai’d of this fair proportion, 
Cheated of feature by dissembling nature, 
Deform’d, unfinish’d, sent before my time 
Into this breathing world, scarce half made up 
And that so lamely and unfashionable 
That dogs bark at me as I halt by them; 
Why, I, in this weak piping time of peace, 
Have no delight to pass away the time, 
Unless to spy my shadow in the sun, 
And descant on mine own deformity: 
And therefore, since I cannot prove a lover, 
To entertain these fair well-spoken days. 
I am determined to prove a villain, 
And hate the idle pleasures of these days. 
 
Simonetta: Ecco: Riccardo è consapevole del suo aspetto fisico. Shakespeare esagera perché vuole un Riccardo che sia la rappresentazione della sua stessa malvagità, che dia forma drammatica, visibile e metaforica della corruzione della sua mente. Dice che è privo della bella simmetria, frodato nel volto dalla natura simulatrice e per questo si vuole vendicare: <<Non potendo essere un amante […] sono deciso a mostrarmi malvagio>>, a ordire calunnie e sogni. 
 
Domenico: Ma nello stesso tempo ha paura della sua stessa arma: […] Ma, signori, siate sveltissimi nell’esecuzione, e insieme decisi; non ascoltate le sue preghiere perché Clarence ha la parola convincente e forse, se l’ascoltate, potrebbe muovere i vostri cuori a pietà. 
 
Prof (soddisfatta perché Domenico finalmente dimostra interesse): E’ proprio così. 
 
(Luca M. si complimenta con Domenico) 
 
Domenico: Le so tutte!!! 
 
Prof (contenta per aver raggiunto il suo scopo): E qui ci sta tutto l’ottimismo della scena iniziale del Riccardo III, quando cioè lui gode dei momenti di gloria conseguiti dalla sua famiglia perché sa che <<ora>> è il momento di raggiungere i suoi scopi. <<Ora>> è la parola chiave, il punto di partenza: <<Ora>>. Luca, l’avevi preparata tu questa parte, vero? 
 
Luca D.: Si. (Si alza e legge, bene ma senza emozione.) Ora l’inverno della nostra amarezza s’è cambiato in gloriosa estate a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell’oceano. Ora le nostre fronti sono strette da ghirlande di vittoria; le nostre armi contorte appese per memoria, i nostri bruschi allarmi mutati in lieti convegni, le nostre terribili marce in amabili danze. La guerra dal viso arcigno ha spianato la sua fronte corrugata, e ora, invece di montare bardati destrieri per atterrire il cuore dei tremendi nemici, salta lievemente nella stanza d’una lady al diletto lascivo d’un liuto. (Non riesce a coinvolgere la classe che, anche se in silenzio, è visibilmente distratta. Volano aeroplanini di carta, i ragazzi pensano solo a schivare i colpi.) 
 
Domenico, in un primo momento agitato, si alza, toglie i fogli a Luca e recita la stessa parte in Inglese:  
Now is the winter of our discontent 
Made glorious summer by this sun of York; 
And all the clouds that lour’d upon our house 
In the deep bosom of the ocean buried. 
Now are our brows bound with victorious wreaths; 
Our bruised arms hung up for monuments, 
Our stern alarms changed to merry meetings; 
Our dreadful marches to delightful measures. 
Grim-visaged war hath smooth’d his wrinkled front; 
And now, instead of mounting barbed steeds 
To fright the souls of fearful adversaries, 
He capers nimbly in a lady’s chamber 
To the lascivious pleasing of a lute. 
 
I compagni sono sin da subito rapiti dal suo modo di recitare. Appena Domenico finisce applaudono con convinzione e si complimentano con lui.  
 
Rosa si alza e recita in Inglese i seguenti versi de La Tempesta:  
[…] Our revels now are ended. These our actors, 
As I foretold you, were all spirits, and 
Are melted into air, into thin air; 
And like the baseless fabric of this vision, 
The cloud-capped towers, the gorgeous palaces, 
The solemn temples, the great globe itself, 
Yea, all which it inherit, shall dissolve; 
And, like this insubstantial pageant faded, 
Leave not a rack behind. We are such stuff 
As dreams are made on, and our little life 
Is rounded with a sleep. […] 
 
Mentre Rosa recita questi versi, la versione italiana scorre sul gobbo luminoso e  la  voce fuori campo di Matteo legge: 
[…] I nostri svaghi sono finiti. Questi nostri attori, come vi ho già detto, erano tutti degli spiriti, e si sono dissolti in aria, in aria sottile. Così, come il non fondato edifizio di questa visione, si dissolveranno le torri, le cui cime toccano le nubi, i sontuosi palazzi, i solenni templi, lo stesso immenso globo e tutto ciò che esso contiene, e, al pari di questo incorporeo spettacolo svanito, non lasceranno dietro di sé la più piccola traccia. Noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno. […]